Che zaffata!

Che zaffata!

In questo periodo storico in cui il termine “tampone” ci evoca un certo senso di disagio vogliamo invece associarlo all’antica arte del vino.

Già in epoca romana era abitudine trasportare il vino all’interno di grandi botti di legno, meno fragili delle anfore, che consentivano lunghi viaggi in sicurezza.

Naturalmente c’era l’esigenza di dotare le botti di strutture per poter sigillare il vino contenuto, e a questo scopo venivano usati, e lo sono stati a lungo, gli zaffi.

Lo zaffo non è quindi altro che un tappo a forma di cono che veniva rivestito di tessuto per turare i fori delle botti e dei tini, ed il vocabolario lo definisce anche in senso medico quale tampone di garza utile a scopo emostatico, tanto che - purchè inusuale - esiste l’espressione “zaffare una ferita”.

Di qui è naturale come il termine “zaffata” dovrebbe evocarci un buon profumo di vino e non ondate di odori sgradevoli, anche se ci è facile pensare che l’estensione del significato derivi da sbocchi violenti di vino dalle botti che indubbiamente avranno messo alla prova anche i nasi più assuefatti.

Un mosaico di tessere storiche e semantiche che ci restituisce il piacere di avvicinare il vino alla tradizione e alla cultura.


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